05/07/2008
In difesa della Costituzione

I sottoscritti professori ordinari di diritto costituzionale e di discipline equivalenti, vivamente preoccupati per le recenti iniziative legislative intese:

1) a bloccare per un anno i procedimenti penali in corso per fatti commessi prima del 30 giugno 2002, con esclusione dei reati puniti con la pena della reclusione superiore a dieci anni;

2) a reintrodurre nel nostro ordinamento l'immunità temporanea per reati comuni commessi dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dai Presidenti di Camera e Senato anche prima dell'assunzione della carica, già prevista dall'art. 1 comma 2 della legge n. 140 del 2003, dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 2004,

premesso
 che l'art. 1, comma 2 della Costituzione, nell'affermare che "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", esclude che il popolo possa, col suo voto, rendere giudiziariamente immuni i titolari di cariche elettive e che questi, per il solo fatto di ricoprire cariche istituzionali, siano esentati dal doveroso rispetto della Carta costituzionale,
rilevano,
 con riferimento alla legge di conversione del decreto legge n. 92 del 2008, che gli artt. 2 bis e 2 ter introdotti con emendamento a tale decreto, sollevano insuperabili perplessità di legittimità costituzionale perché:

a) essendo del tutto estranei alla logica del cosiddetto decreto-sicurezza, difettano dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dall'art. 77, comma 2 Cost. (Corte cost., sentenze n. 171 del 2007 e n. 128 del 2008);

b) violano il principio della ragionevole durata dei processi (art. 111, comma 1 Cost., art. 6 Convenzione europea dei diritti dell'uomo)

c) pregiudicano l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 Cost.), in conseguenza della quale il legislatore non ha il potere di sospendere il corso dei processi, ma solo, e tutt'al più, di prevedere criteri - flessibili - cui gli uffici giudiziari debbano ispirarsi nella formazione dei ruoli d'udienza;

d) la data del 30 giugno 2002 non presenta alcuna giustificazione obiettiva e razionale;

e) non sussiste alcuna ragionevole giustificazione per una così generalizzata sospensione che, alla sua scadenza, produrrebbe ulteriori devastanti effetti di disfunzione della giustizia venendosi a sommare il carico dei processi sospesi a quello dei processi nel frattempo sopravvenuti;

rilevano,
con riferimento al cosiddetto lodo Alfano, che la sospensione temporanea ivi prevista, concernendo genericamente i reati comuni commessi dai titolari delle sopra indicate quattro alte cariche, viola, oltre alla ragionevole durata dei processi e all'obbligatorietà dell'azione penale, anche e soprattutto l'art. 3, comma 1 Cost., secondo il quale tutti i cittadini "sono eguali davanti alla legge
Osservano,
 a tal proposito, che le vigenti deroghe a tale principio in favore di titolari di cariche istituzionali, tutte previste da norme di rango costituzionale o fondate su precisi obblighi costituzionali, riguardano sempre ed esclusivamente atti o fatti compiuti nell'esercizio delle proprie funzioni.
Per contro, nel cosiddetto lodo Alfano la titolarità della carica istituzionale viene assunta non già come fondamento e limite dell'immunità "funzionale", bensì come mero pretesto per sospendere l'ordinario corso della giustizia con riferimento a reati "comuni".

Per ciò che attiene all'analogo art. 1, comma 2 della legge n. 140 del 2003, i sottoscritti rilevano che, nel dichiararne l'incostituzionalità con la citata sentenza n. 24 del 2004, la Corte costituzionale si limitò a constatare che la previsione legislativa in questione difettava di tanti requisiti e condizioni (tra cui la doverosa indicazione del presupposto - e cioè dei reati a cui l'immunità andrebbe applicata - e l'altrettanto doveroso pari trattamento dei ministri e dei parlamentari nell'ipotesi dell'immunità, rispettivamente, del Premier e dei Presidenti delle due Camere), tali da renderla inevitabilmente contrastante con i principi dello Stato di diritto.

Ma ciò la Corte fece senza con ciò pregiudicare la questione di fondo, qui sottolineata, della necessità che qualsiasi forma di prerogativa comportante deroghe al principio di eguale sottoposizione di tutti alla giurisdizione penale debba essere introdotta necessariamente ed esclusivamente con una legge costituzionale.

Infine, date le inesatte notizie diffuse al riguardo, i sottoscritti ritengono opportuno ricordare che l'immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle Costituzioni greca, portoghese, israeliana e francese con riferimento però al solo Presidente della Repubblica, mentre analoga immunità non è prevista per il Presidente del Consiglio e per i Ministri in alcun ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro, tanto meno nell'ordinamento spagnolo più volte evocato, ma sempre inesattamente.


L'elenco dei firmatari.

Alessandro Pace, Valerio Onida, Leopoldo Elia, Gustavo Zagrebelsky, Enzo Cheli, Gianni Ferrara, Alessandro Pizzorusso, Sergio Bartole, Michele Scudiero, Federico Sorrentino, Franco Bassanini, Franco Modugno, Lorenza Carlassare, Umberto Allegretti, Adele Anzon Demmig, Michela Manetti, Roberto Romboli, Stefano Sicardi, Lorenzo Chieffi, Giuseppe Morbidelli, Cesare Pinelli, Gaetano Azzariti, Mario Dogliani, Enzo Balboni, Alfonso Di Giovine, Mauro Volpi, Stefano Maria Cicconetti, Antonio Ruggeri, Augusto Cerri, Francesco Bilancia, Antonio D'Andrea, Andrea Giorgis, Marco Ruotolo, Andrea Pugiotto, Giuditta Brunelli, Pasquale Costanzo, Alessandro Torre, Silvio Gambino, Marina Calamo Specchia, Ernesto Bettinelli, Gladio Gemma, Roberto Pinardi, Giovanni Di Cosimo, Maria Cristina Grisolia, Antonino Spadaro, Gianmario Demuro, Enrico Grosso, Anna Marzanati, Paolo Carrozza, Giovanni Cocco, Massimo Carli, Renato Balduzzi, Paolo Carnevale, Elisabetta Palici di Suni, Maurizio Pedrazza Gorlero, Guerino D'Ignazio, Vittorio Angiolini, Roberto Toniatti, Alfonso Celotto, Antonio Zorzi Giustiniani, Roberto Borrello, Tania Groppi, Marcello Cecchetti, Antonio Saitta, Marco Olivetti, Carmela Salazar, Elena Malfatti, Ferdinando Pinto, Massimo Siclari, Francesco Rigano, Francesco Rimoli, Mario Fiorillo, Aldo Bardusco, Eduardo Gianfrancesco, Maria Agostina Cabiddu, Gian Candido De Martin, Nicoletta Marzona, Carlo Colapietro, Vincenzo Atripaldi, Margherita Raveraira, Massimo Villone, Riccardo Guastini, Emanuele Rossi, Sergio Lariccia, Angela Musumeci, Giuseppe Volpe, Omar Chessa, Barbara Pezzini, Pietro Ciarlo, Sandro Staiano, Jörg Luther, Agatino Cariola, Nicola Occhiocupo, Carlo Casanato, Maria Paola Viviani Schlein, Carmine Pepe, Filippo Donati, Stefano Merlini, Paolo Caretti, Giovanni Tarli Barbieri, Vincenzo Cocozza, Annamaria Poggi.

 

Pubblicato dal solaria | 11:48 | commenti


 24/06/2008
Di nuovo fischia il vento.
(Intervento di Domenico Gallo alla 1^ festa nazionale dell’A.N.P.I. – Gattatico 21 giugno 2008)

1. Costituzione,  resistenza ed antifascismo

Il discorso sulla Costituzione si trova al centro di questa prima festa nazionale dell’ANPI, ed è giusto che sia così, in quanto la Costituzione italiana nasce dalla resistenza. Pertanto l’ANPI     è – in un certo senso – titolare della “golden share”, dell’azione originaria che fonda la Costituzione ed è  ovvio che ne abbia particolarmente a cuore la sua vitalità.
La Costituzione è un patrimonio di beni pubblici repubblicani generato dalla lotta di resistenza e consegnato dai padri costituenti alle generazioni future come patto di amicizia perenne per garantire alle generazioni future che esse non avrebbero mai più vissuto il flagello della guerra, gli orrori e le sofferenze indicibili, gli insulti alla dignità umana e le traversie della dittatura, che avevano sconvolto l’esistenza dei padri.
Poiché la Costituzione è generata dalla resistenza, non si può disconoscere che il presupposto politico della Costituzione italiana è rappresentato dall’antifascismo.
La Costituzione italiana è una costituzione compiutamente antifascista, non perchè è stata scritta da antifascisti desiderosi di vendicarsi dei lutti subiti; al contrario, per voltare definitivamente pagina rispetto alla triste esperienza del fascismo e della guerra,  i costituenti hanno sentito il bisogno di rovesciare completamente le categorie che caratterizzano il fascismo. Come il fascismo  era alimentato da  spirito di fazione  ed assumeva la discriminazione come propria categoria fondante (sino all’estrema abiezione delle leggi razziali), così i costituenti hanno assunto l’eguaglianza e l’universalità dei diritti dell’uomo come fondamento dell’Ordinamento. Come il fascismo aveva soppresso il pluralismo, perseguendo una concezione totalitaria (monistica) del potere, così i costituenti hanno concepito una struttura istituzionale fondata sulla divisione, distribuzione, articolazione e diffusione dei poteri. Come il fascismo aveva aggredito le autonomie individuali e sociali, così i Costituenti, le hanno ripristinate, stabilendo un perimetro invalicabile di libertà individuali e di organizzazione sociale. Come il fascismo aveva celebrato la politica di potenza, abbinata al disprezzo del diritto internazionale ed alla convivenza con la guerra, così i Costituenti hanno negato in radice la politica di potenza, riconoscendo la supremazia del diritto internazionale e ripudiando le nozze antichissime con l’istituzione della guerra.
Se i principi fondamentali sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo, è l’architettura del sistema che fa la differenza ed impedisce che, ove mai giungano al governo forze politiche caratterizzate da cultura o aspirazioni antidemocratiche (come succede in questa infelice contingenza storica), queste forze possano realizzare una trasformazione autoritaria delle istituzioni, aggredendo il pluralismo istituzionale (per es. l’indipendenza della magistratura) o il sistema delle autonomie individuali e collettive (libertà di espressione del pensiero, libertà di associazione, diritto di sciopero, etc), ed abusando di un potere legislativo sottomesso all’esecutivo.
 La Costituzione, insomma, rende impossibile ogni forma di “dittatura della maggioranza”. Proprio per questo nell’ultimo quindicennio da un vasto arco di forze politiche (non soltanto dalla maggioranza di centro-destra attualmente al governo) la Costituzione è stata vissuta come un impaccio, come una serie di fastidiosi vincoli, di cui sbarazzarsi per restaurare l’onnipotenza della politica.
Ridotta all’osso è questa la questione centrale che ha animato i tentativi di grande riforma della Costituzione che sono stati praticati nel tempo sino a sfociare nella riforma globale della II Parte della Costituzione, approvata dalla maggioranza di centro-destra nel novembre 2005, a cui il popolo italiano ha sbarrato la strada con il referendum svoltosi il 25/26 giugno 2006.

2. La crisi della Costituzione: le ragioni profonde

Se da oltre 15 anni – tuttavia - si discute di riforme istituzionali e si sono avvicendati, con differenti risultati, vari tentativi di riforma del modello di democrazia fondato sulla Costituzione, evidentemente qualcosa non ha funzionato.
Se vogliamo indagare sulle ragioni profonde che hanno generato un diffuso senso di malessere verso il funzionamento della democrazia italiana, dobbiamo guardare alla crisi del partito politico ed ai suoi effetti deleteri sul funzionamento del principio democratico.
Il modello di democrazia come prefigurato dai costituenti è  fondato sul pluralismo, sulla centralità del parlamento, sul ruolo dei partiti come canali di partecipazione popolare. Tale modello  è stato, sotto molteplici profili, boicottato, delegittimato ed infine sfigurato da riforme varie che hanno modificato la “costituzione materiale”, neutralizzando principi ed istituti fondamentali per il buon funzionamento di ogni democrazia, a partire dal principio democratico.  
Il cuore del principio democratico è la concezione che la sovranità appartiene al popolo e quindi la volontà popolare, espressa nella forme previste dall’ordinamento, attraverso l’esercizio della rappresentanza, costituisce la fonte del potere politico.
Il principio democratico postula la democrazia rappresentativa, intesa come costante potestà del popolo sovrano di indirizzare e controllare l'esercizio del potere mediante il sistema della rappresentanza. La sovranità si esercita, pertanto, attraverso gli organi rappresentativi della volontà popolare, però il raccordo fra la volontà popolare e le istituzioni non avviene soltanto attraverso lo strumento (formale ed insostituibile) del voto.
La democrazia non si esaurisce in un unico atto, compiuto ogni cinque anni, nel chiuso dell’urna, ma deve essere praticata ogni giorno. Nel disegno dei costituenti, tutti i cittadini sono chiamati a concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale, associandosi in partiti (art. 49 Cost.).
La funzione dei partiti (intesi astrattamente come libere associazioni di cittadini per fini politici) non si esaurisce nel predisporre il canale di accesso dei rappresentanti nelle istituzioni rappresentative, ma è una funzione duratura e costante. Il modello di democrazia concepito dai costituenti è un modello  “partecipatorio” ed inclusivo. I cittadini si associano, per organizzare i loro bisogni e le loro domande politiche, renderle evidenti, coniugarle con gli altri attori sociali e proporle al sistema politico, nel quadro di un dibattito politico permanente, nel quale le istituzioni rappresentative sono immerse. 
Il partito democratico di massa è concepito dalla Costituzione come espressione diretta ed organizzata di esigenze della società, dunque canale di mediazione reale fra la società e le istituzioni, come la fornace che alimenta la democrazia politica e porta lo Stato nella società e la società nello Stato.
Nel principio democratico, come delineato nel disegno del costituente, non vi sono le chiavi  dell’assolutezza del potere che origina dal popolo, né quelle della dittatura della maggioranza. La chiave di volta è rappresentata dalla auto-organizzazione sociale di una società ricca, complessa ed articolata, in cui tutti sono chiamati a determinare la politica nazionale, attraverso il metodo e la pratica della democrazia che dà valore e mette a frutto compiutamente le istituzioni rappresentative.
E’ evidente che il modello di democrazia costituzionale, come configurato nella Costituzione del 1948, non ha trovato compiuta realizzazione e che vi è stato un progressivo allontanamento della costituzione materiale dal modello prefigurato dal Costituente.
Alcuni fattori sono fuoriusciti dallo schema costituzionale, mettendo in crisi il funzionamento del sistema. Il fattore  più importante è stata la crisi del partito politico che ha subito uno snaturamento delle sue funzioni, trasformandosi tendenzialmente da strumento per la partecipazione dei cittadini alla vita politica a struttura di potere autoreferenziale.
Questa degenerazione del ruolo del partito politico era stata colta per tempo ed accoratamente denunziata da Enrico Berlinguer che in una profetica intervista concessa al quotidiano La Repubblica  il 28 luglio del 1981, così si esprimeva:
“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. “
 Purtroppo la denunzia di Berlinguer è rimasta lettera morta e la sua critica alle degenerazioni del sistema dei partiti è stata immediatamente archiviata
Verso la fine degli anni ”80 del secolo scorso, la caduta delle principali ideologie che avevano animato il dibattito politico del ”900 ha rivelato la crisi – già in atto - e la progressiva perdita del carattere democratico, partecipatorio e di massa dei principali partiti politici che hanno guidato la vita politica italiana ed il loro trasformarsi in ristrette élites, gruppi di potere avulsi dalle domande sociali.
La crisi del partito politico di massa ha aperto la strada alla crisi della democrazia italiana. 
A questa crisi i gruppi dirigenti dei partiti hanno cercato di porre rimedio inseguendo il mito della stabilità degli esecutivi, a prezzo della partecipazione popolare, ed hanno perseguito una politica che ha smantellato il sistema partito come luogo di partecipazione e di educazione democratica. Contestualmente è stata smantellata la cultura della solidarietà e dei diritti che faceva da aggregante del partito di massa ed è stato smantellato il sistema dei valori, cioè dei significati che organizzavano l’agire politico, riducendo la politica a lotta di élites e consegnandola nella dimensione della più totale anomia.
 
3. Le risposte istituzionali alla crisi del partito politico: l’introduzione del maggioritario

E’ stata orchestrata così una campagna antipolitica che auspicava la riforma delle istituzioni attraverso l’introduzione di un sistema elettorale maggioritario, che avrebbe portato ad una maggiore stabilità politica, eliminando i piccoli partiti e riducendo la conflittualità interna al sistema politico, attraverso il taglio delle ali.
Questa campagna è sfociata nello sciagurato referendum elettorale Segni del 18 aprile 1993 che ha portato all’introduzione di un nuovo sistema elettorale maggioritario misto (c.d. “Mattarellum” dal nome del relatore on. Mattarella), per l’elezione dei membri di entrambe le Camere, che prevedeva l’elezione del 75% dei seggi con sistema maggioritario e del restante 25% con il sistema proporzionale.
Eppure soltanto pochi, all’epoca,  si  erano resi conto – come ebbe ad osservare lucidamente Sergio Garavini - che le proposte di sistema elettorale maggioritario, erano soprattutto rivolte a “consolidare e potenziare la forma attuale dei partiti, i quali hanno sempre più perduto il carattere di formazione democratica di massa, per accentuare il ruolo dominante dei gruppi dirigenti e dei leaders in stretta relazione con i poteri istituzionali a tutti i livelli. Ai partiti – osservava Garavini – si garantisce una rappresentanza nel Parlamento designata e gestita dai gruppi dirigenti, insindacabile dagli elettori, che possono solo votare o la singola persona nei collegi uninominali o così com’è la lista di partito nel voto proporzionale. Vi è su questo punto, di fatto, l’accordo generale, perché questa soluzione propone una fuga alla crisi dei partiti come forme di democrazia di massa, come espressione diretta ed organizzata di esigenze della società, dunque di mediazione reale fra la società e le istituzioni. E ne convalida e cristallizza sia il ruolo integralmente di potere istituzionale, sia il regime interno di autorità dei gruppi dirigenti e dei leaders ”.   
L’introduzione del sistema maggioritario ha costituito il primo grave vulnus alla Costituzione che, anche se non aveva espressamente adottato un sistema elettorale proporzionale, tuttavia lo presupponeva, avendo puntato sulla partecipazione dei cittadini (art. 49) e messo al centro del sistema istituzionale un Parlamento concepito come effettivamente rappresentativo del pluralismo delle domande e dei bisogni sociali, come tale capace di costituire una garanzia effettiva contro ogni eventuale abuso degli esecutivi.
Per questo le leggi elettorali, anche se non sono di rango costituzionale, concorrono a determinare la “costituzione materiale”,  delineando la fisionomia del sistema politico, sia per quanto riguarda l’esercizio concreto della rappresentanza, sia per quanto riguarda la forma di governo.

4. La legge elettorale Calderoli.

Con l'approvazione, nella passata legislatura  di una nuova legge elettorale apparentemente proporzionale (la legge n. 270 del 2005), con premio di maggioranza,  che il suo presentatore, on. Calderoli, ha definito  una “porcata”, è stato portato a compimento il processo di involuzione oligarchica dell’ordinamento politico attraverso il sistema elettorale, avviato con il maggioritario, espropriando gli elettori della benché minima possibilità di concorrere a determinare la composizione della rappresentanza politica in Parlamento.
Attraverso il premio di maggioranza, la legge Calderoli corregge l’orientamento manifestato dagli elettori fino al punto da trasformare una minoranza (più forte delle altre) in una solida maggioranza, garantendole il 55% dei seggi e muta la natura del voto trasformandolo non più in una operazione volta a costituire una rappresentanza (come previsto dal modello costituzionale), ma in una operazione volta all’investitura del Capo politico e del suo governo.
Col nuovo sistema i nomi dei candidati sono persino scomparsi dalla scheda elettorale, con la conseguenza che le scelte dei candidati operate dai capi dei partiti non possono in alcun modo essere censurate, sconfessate o corrette dal corpo elettorale.
Con il paradosso che tutti i “rappresentanti” del popolo sono nominati dai dirigenti dei partiti, senza che il popolo sovrano possa metterci becco.
 In questo modo gli eletti più che rappresentanti del popolo sono rappresentanti del capo politico che li ha nominati ed al quale sono legati da un vincolo di fedeltà estremo, restando così fortemente pregiudicato il principio sancito dall’art. 67 della Costituzione che prevede che “ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. 
In tal modo il principio costituzionale della rappresentanza, attraverso la quale i cittadini concorrono a determinare la politica nazionale, ha subito il massimo svuotamento possibile, aggravando ancor di più la crisi costituzionale italiana, il cui cuore è costituito proprio dal distacco dei cittadini dalla politica del Palazzo, espropriata da un ceto politico che, proprio per la sua estraneità alle dinamiche popolari, viene qualunquisticamente percepito come una “casta”.

5. I precedenti storici della Legge Calderoli

Per associazione di idee, la legge Calderoli si potrebbe accostare alla c.d. “legge truffa”, in realtà la “legge truffa” era una legge molto più democratica della legge Calderoli perché prevedeva che per poter governare, beneficiando del premio di maggioranza, occorresse almeno raccogliere la maggioranza dei voti espressi dal corpo elettorale. Nel nostro ordinamento, l’unico precedente della legge Calderoli è rappresentato della Legge 18 novembre 1923, n. 2444, più nota come legge “Acerbo”, dal nome del Vice Presidente del Consiglio del primo Governo Mussolini, on. Giacomo Acerbo. La legge Acerbo era una legge elettorale proporzionale che prevedeva l’assegnazione di un forte premio di maggioranza alla lista che avesse ottenuto il maggior numero di voti su base nazionale, rispetto ad ogni altra lista.
Orbene la legge Acerbo è stato lo snodo tecnico, preliminare, ma indispensabile, per l’instaurazione della dittatura fascista. Con essa, infatti, Mussolini ottenne due risultati importanti, aggredì il pluralismo politico, facendo scomparire nel listone presentato alle elezioni del 5 aprile 1924, ogni altra identità o formazione politica che potesse fargli concorrenza, e rese irrilevante la presenza in Parlamento dei suoi oppositori,  introducendo una sorta di dittatura della maggioranza.
Il passo successivo per la trasformazione in regime avvenne con le leggi speciali del 1925/1926, che non ci sarebbero potute essere se la Camera dei Deputati avesse avuto una composizione rispettosa del pluralismo politico.

6. L’interpretazione delle legge Calderoli nell’ultimo passaggio elettorale.
    
Malgrado il suo carattere così pesantemente antidemocratico, la legge Calderoli, ha ricevuto una interpretazione ancora più oligarchica nell’ultimo passaggio elettorale.
La legge Calderoli puntava ad una sorta di bipolarismo forzato, incoraggiando la formazione di coalizioni in competizione per il premio di maggioranza e penalizzando gli attori politici non coalizzati, a cui venivano raddoppiate le soglie di ingresso in parlamento. Ciò consentiva il mantenimento in vita di un certo grado di pluralismo politico, consentendo  agli elettori la possibilità di esprimere il proprio orientamento all’interno delle coalizioni.
 Invece i capi dei due principali partiti politici in competizione alle elezioni del 2008, attraverso comportamenti tra di loro concordati, hanno interpretato la legge elettorale in modo da costruire un bipartitismo coatto. Sono state, quindi sciolte le coalizioni ed i due principali partiti, con la cooperazione di un solo partito come ruota di scorta,sono scesi in campo per contendersi il premio di maggioranza.
Il risultato è stato che milioni di persone non sono andate a votare, non riconoscendosi né nell’uno, né nell’altro partito, che milioni di persone non sono più rappresentate perché i loro voti non si sono tradotti in seggi, grazie al raddoppio delle soglie, e che un milione e mezzo di elettori potenziali della sinistra arcobaleno hanno votato per il partito di centrosinistra, non perché si sentissero rappresentati da tale partito, ma per evitare che il governo del nostro paese potesse di nuovo cadere nelle mani di soggetti politici antidemocratici.
L’ulteriore conseguenza è stata la drastica riduzione del pluralismo politico all’interno della rappresentanza parlamentare. Se la legge Acerbo non era riuscita ad espellere comunisti e socialisti dal parlamento italiano, la legge Calderoli c’è riuscita benissimo.  

7. La Costituzione tradita dai chierici: la riforma del principio democratico.

Malgrado il fallimento della grande controriforma, bocciata dal popolo italiano nel referendum del 25/26 giugno 2006, alla fine lo strappo alla Costituzione c’è stato.
E’ stato riformato, fino ad essere quasi annichilito il principio democratico. 
Sono gli stessi attori di questo processo a riconoscerlo. Nel suo discorso parlamentare del 14 maggio, in sede di dibattito sulla fiducia al governo Berlusconi, l’on. Veltroni ha testualmente dichiarato:
“Rivendico al Partito Democratico il merito di aver introdotto ragioni profonde di discontinuità, rispetto ad un Paese che soffriva di una duplice e grave malattia: l'esasperata frammentazione politica e la costante demonizzazione dell'avversario. All'onorevole Casini, che ha detto cose condivisibili da questo punto di vista, voglio dire che è vero: abbiamo fatto politicamente ciò che, attraverso le riforme istituzionali e la legge elettorale, non siete riusciti a fare.”
E’ chiaro quindi che attraverso una legge elettorale incostituzionale e la sua applicazione concreta, è stato compiuto un mutamento di alcuni caratteri di fondo del modello di democrazia come concepito dai costituenti. E’ stata colpita la rappresentanza attraverso una compressione forzata del pluralismo e sono state espulse dal sistema politico le domande espresse da milioni di cittadini.
E, tuttavia, il pluralismo è fondamentale per il funzionamento di ogni sistema democratico.
In un organismo democratico il pluralismo svolge la stessa funzione che svolge il sangue nell’organismo umano.
Se la circolazione del sangue si riduce il nostro corpo va in crisi, il cervello non riceve ossigeno e non riesce più a funzionare, così nella complessa architettura di un ordinamento democratico, la riduzione del pluralismo mette in crisi il funzionamento di tutto il sistema ed impedisce ai meccanismi previsti dalla Costituzione di funzionare.
Non è un discorso astratto. C’è un esempio storico concreto che ci dimostra quanto sia importante il pluralismo: la vicenda della legge truffa.
Nel 1953, la coalizione politica al governo, guidata dalla Democrazia cristiana, pur godendo di una solida maggioranza parlamentare, concepì una riforma elettorale, la c.d. legge truffa, che gli avrebbe garantito una “sovrarappresentazione” nel parlamento rispetto alla volontà espressa dal corpo elettorale, a cui corrispondeva una equivalente “sottorappresentazione” delle altre forze politiche. Ciò avrebbe consentito alla maggioranza di essere più solida, con una maggiore garanzia dei stabilità dell’esecutivo.
All’epoca la Costituzione era largamente inattuata. Non esisteva ancora la Corte Costituzionale, non esisteva il Consiglio superiore della magistratura, vigevano le leggi di polizia emanate sotto il fascismo, che ostacolavano notevolmente l’esercizio delle libertà costituzionali da parte dei cittadini.
Se la legge truffa fosse passata, per moltissimi anni, un solo partito, la democrazia cristiana, avrebbe avuto la maggioranza assoluta in Parlamento.
In una siffatta situazione politica  sarebbero forse state possibili quelle riforme che, un po’ alla volta, hanno implementato la Costituzione, i suoi principi, i suoi valori, le sue libertà?
Sarebbe stato possibile approvare leggi come il divorzio, la riforma del diritto di famiglia, la 194, lo statuto dei lavoratori, la riforma della disciplina militare, la smilitarizzazione della polizia, etc?  Evidentemente no, perché queste leggi sono frutto del dialogo e di una sintesi fra le differenti forze politiche interessate all’attuazione della Costituzione. Dialogo imposto dal pluralismo, che non sarebbe stato possibile se il sistema avesse garantito artificialmente una maggioranza stabile ad un solo partito

8. La rottura del pluralismo come il vaso di Pandora.

Da molti anni nel nostro paese è in atto un processo di riduzione del pluralismo politico nella società attraverso la concentrazione dei mezzi di comunicazione (giornali e televisioni) in una sola mano, nello stesso gruppo affaristico-politico. Nel periodo dell’avvento del fascismo nel nostro paese, il pluralismo dell’informazione veniva combattuto provocando la chiusura dei giornali col manganello. Adesso i giornali non si chiudono, ma si comprano, si comprano le televisioni e ci si impadronisce delle frequenze. Quindi si usa l’enorme potenza dei media concentrati nella mani del capo politico come una sorta di tele-manganello. Adesso che alla riduzione del pluralismo dell’informazione si è accoppiata una drastica riduzione del pluralismo politico nelle istituzioni, gli effetti deleteri di questi due fenomeni si combinano fra di loro.
Rompere il pluralismo è come rompere il vaso di Pandora, vengono fuori guai di ogni sorta.
Il nostro paese sta vivendo una drammatica contingenza politica nella quale i beni pubblici costituzionali sono aggrediti e vilipesi ogni giorno. La senatrice Albertina Soliani, un attimo fa, ci ha segnalato la gravità dell’ennesima aggressione alla magistratura compiuta proprio ieri (il 20 giugno) da Berlusconi a Bruxelles. Essa fa il paio con la lettera che Berlusconi ha inviato (come se fosse un suo dipendente) al Presidente del Senato, con la quale getta la spada della sua autorità sul piatto della discussione parlamentare riguardante i famigerati emendamenti blocca processi.  Ebbene come non ricordare, davanti a tanta tracotanza, quel famoso discorso di Mussolini alla Camera il 3 gennaio 1925, quando rivendicò l’impunità per i crimini del fascismo, a partire dal delitto Matteotti, con queste testuali parole:
“Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia.(.) Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.(.) Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”
Il fascismo all’epoca del suo avvento ebbe un problema analogo a quello che  angustia oggi l’attuale classe dirigente: quello di sbarazzarsi della – sia pur limitata ma fastidiosa - attività di controllo dei giudici nei confronti delle violenze compiute dai fascisti. Però il fascismo non arrivò a bloccare l’esercizio della funzione giudiziaria per la stragrande maggioranza dei processi penali, come si intende fare adesso, ma ricorse ad uno strumento legale interno all’ordinamento giuridico, una legge di amnistia ( la legge 31 ottobre 1923 n. 2278).
Come se non bastasse l’attacco alla giurisdizione, adesso si mette in scena l’intervento dei militari in funzioni di polizia per creare artificialmente uno stato di emergenza  utile ad appannare i confini fra la forza ed il diritto. Si costruiscono dei campi di concentramento  riservati - per ora  -  agli immigrati e si introduce un nuovo diritto penale del tipo di autore, che consentirà di infliggere agli imputati con la pelle scura una pena più elevata di quella riservata agli imputati con la pelle chiara.  E poiché abbiamo superato ogni pregiudizio ideologico sulla guerra, adesso ci prepariamo ad un uso bellico delle nostra forze armate nell’Afganistan.
E’ proprio il caso di dire, parafrasando la celebre canzone di Fausto Amodei per i morti di Reggio Emilia: “di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera, fischia il vento, urla la bufera.” 

9. C’è bisogno di una nuova chiamata: rinnovare il miracolo della resistenza.

In questo clima avvelenato, in questa situazione di putrefazione morale e di regime che avanza, si stanno squagliando i partiti che per la loro eredità culturale dovrebbero difendere e attuare i beni pubblici repubblicani generati dalla Costituzione italiana. Non è un caso se questi partiti, che hanno sciolto l’unione delle forze democratiche, gettando nel fango la bandiera dell’antifascismo, adesso sono attanagliati da scontri e da crisi gravissime al loro interno, che hanno portato alla frantumazione dell’arcobaleno in mille rivoli, ed alla quasi implosione del Partito Democratico.
E’ una situazione che – ovviamente in modo molto meno drammatico – ricorda la condizione dell’Italia nel 1943. Quando tutto era perduto, l’esercito regio si era squagliato, il nostro paese era funestato dalla guerra che entrava in ogni casa ed invaso dalle truppe di occupazione tedesche e le classi dirigenti erano crollate sotto il peso delle loro infamie, allora si verificò il miracolo della resistenza.
Si verificò questa chiamata misteriosa – di cui ci parla Piero Calamandrei – che raggiunse persone che non si conoscevano fra di loro, che professavano diverse fedi, che appartenevano a diversi ceti sociali ed avevano diversi orientamenti politici, ma ad un certo punto si adunarono insieme, convocati dalla stessa voce che parlava a ciascuno di essi.
“Nessuno aveva ordinato l’adunata, questi uomini accorsero da tutte le parti e si cercarono e adunarono da sé. (.) Ma questa chiamata fu anonima, non venne dal di fuori: era la chiamata di una voce diffusa come l’aria che si respira, che si svegliava da sé in ogni cuore, nei più generosi e nei più pigri, un’ispirazione che sussurrava da dentro, che comandava dentro. (.) Le fedi erano diverse, erano diversi i partiti: ma c’era una voce comune che parlava per tutti nello stesso modo: e la sentirono anche gli uomini che fino a quel momento non avevano appartenuto ad alcun partito, ad alcuna chiesa. (..) Qualcuno ha parlato di “anima collettiva”, qualcuno ha parlato di “provvidenza”; forse bisognerebbe parlare di Dio, di questo Dio ignoto che è dentro ciascuno di noi, che parla contemporaneamente in tutte le lingue.”  
Ora come allora, dobbiamo di nuovo confidare nel miracolo di questa chiamata ed adunarci di nuovo insieme per intraprendere una resistenza politica che ci conduca a ripristinare e dare nuova linfa vitale a quei beni pubblici repubblicani (dignità della persona umana ed universalità dei diritti dell’uomo, uguaglianza, pluralismo, partecipazione popolare) che sono il frutto del sacrificio della resistenza, chiudendo la porta a chiunque voglia entrare nel recinto sacro della democrazia, portandovi la profanazione con lo stivale speronato o con la faccia infarinata.

                                                              

Pubblicato dal solaria | 18:48 | commenti


 13/06/2008
 COMUNICATO STAMPA DELL'ON. GIOVANNI BACHELET


 E' stata presentata alla Camera la proposta di Legge costituzionale
 sulle "Modifiche all'articolo 138 della Costituzione, concernenti la
 procedura per l'approvazione delle leggi costituzionali" .
 
 La proposta porta la firma dell’onorevole Giovanni Bachelet, di Antonello Soro, Presidente del Gruppo PD, del vicepresidente della
 Camera Rosy Bindi, del vicepresidente del Gruppo PD Gianclaudio Bressa, e dei deputati Roberto Zaccaria, Luigi Bobba, Leoluca Orlando, Linda Lanzillotta, Savino Pezzotta, Bruno Tabacci, Livia Turco, Alessandra Siragusa, Doris Lo Moro, Sesa Amici, Sabina Rossa, Guido Melis, Giuseppe Giulietti, Angelo Cera, Paolo Corsini, Caterina Pes.
 
 Tale proposta viene contemporaneamente presentata con identico testo al Senato dal presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Essa riprende una sua proposta, presentata nella precedente legislatura e non esaminata per via dello scioglimento anticipato delle Camere, ed ha un precedente nella XII legislatura, nella quale una proposta analoga fu presentata dagli onorevoli Bassanini ed Elia e sottoscritta, fra gli altri, anche dall’onorevole Veltroni.
 
 La proposta è finalizzata a riaffermare la garanzia di rigidità della
 nostra Carta Fondamentale, votata 60 anni fa a larghissima maggioranza dalla Assemblea Costituente e ancora oggi forte nella coscienza dei cittadini, come ha dimostrato il referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006, del quale ricorre fra pochi giorni il secondo anniversario.
 
 L'attenzione dei firmatari della proposta è rivolta al fatto che le
 leggi elettorali, sia quella a prevalenza maggioritaria approvata dopo il referendum del '93, sia quella proporzionale con premio di
 maggioranza adottata nel 2005, trasformano maggioranze relative di elettori in maggioranze assolute di deputati e senatori in grado di
 modificare, come già avvenuto, parti della Carta Costituzionale. La
 Costituzione non dovrebbe, invece, essere esposta alle opinioni o peggio alle convenienze dei vincitori di turno delle competizioni elettorali, e va, di conseguenza, sottratta alla disponibilità della maggioranza: ciò rappresenta il presidio più robusto delle libertà e dei diritti di tutti e di ciascuno, come in quasi tutte le grandi democrazie, nelle quali si è ritenuto e si ritiene che le leggi di revisione costituzionale debbano essere il prodotto di larghe intese tra maggioranza e opposizione.
 
 Per queste ragioni i presentatori della proposta di legge propongono di elevare a due terzi dei componenti delle Camere il quorum attuale
 previsto per l'approvazione, in seconda votazione, di leggi di modifica o di revisione della Costituzione. Nonché di stabilire che non si faccia luogo a referendum solo se la legge di revisione costituzionale sia stata approvata, nella seconda votazione di ciascuna Camera, a maggioranza dei quattro quinti dei suoi componenti.
 
 Roma, 12 giugno 2008



Pubblicato dal solaria | 09:20 | commenti


 18/05/2008
Prima Festa Nazionale dell'A.N.P.I
 
tre giorni di cultura AntiFascista

scarica il programma e tutte le informazioni


Pubblicato dal solaria | 10:01 | commenti


 12/05/2008

vi giro per opportuna conoscenza la mail relativa al coordinamento regionale di sabato, colgo l’occasione per convocarci per

venerdì 16 alle ore 21:00 a Bonelle.

Nell’occasione potremo:

- riflettere insieme sulle decisioni assunte dal coordinamento regionale

- sentire le novità emerse dalla riunione nazionale

- decidere se e quali iniziative prendere per il 2 giugno

- altre eventuali

Saluti cordiali

-------------------------

Sabato 10 si è svolto il coordinamento regionale dei comitati per la difesa
della Costituzione. Erano rappresentati, se ricordo bene, i comitati di
Firenze, Pistoia, Empoli, Livorno, Pontedera e La Spezia. Quest’ultima
presenza, che allarga ulteriormente il nostro coordinamento, ci ha fatto
particolarmente piacere.
Erano presenti anche il rappresentante dell’ARCI e quelli di
LiberaCittadinanza, fra i quali il neo-senatore Pancho Pardi.

Come al solito cerco di sintetizzare le conclusioni cui siamo giunti,
invitando gli altri partecipanti a correggere o integrare liberamente quanto
scrivo.

Sottolineo per prima cosa che, anche se  le analisi sulla recente disfatta
elettorale e le previsioni sul futuro prossimo non sono totalmente
coincidenti, le decisioni sono state assunte senza dissensi.

Si è unanimemente ribadita la necessità di una ripresa urgente della
mobilitazione nazionale in previsione dei nuovi attacchi alla Costituzione
già preannunciati dalla attuale maggioranza. E’ stata sottolineata la
maggiore gravità della situazione rispetto a quella del 2005-2006 per la
continuamente ribadita disponibilità a generiche ‘riforme’ da parte del
leader del PD e dei suoi assistenti.
In assenza di iniziative da parte della Associazione nazionale sarà
necessario rilanciare l’ipotesi della creazione di una rete autonoma, non
contrapposta, di comitati in grado di mobilitare i cittadini che si resero
protagonisti della campagna referendaria e riproporre la riforma dell’art.
138.
Pancho Pardi ha confermato, da senatore, il proprio impegno, informando che
cercherà di individuare quali e quanti colleghi potranno essere disponibili
a sostenere iniziative di opposizione a tentativi di riforma costituzionale.


E’ stata valutata la proposta formulata da Domenico Gallo di una richiesta
di ‘moratoria costituzionale’ per l’intera legislatura, essendo venuti a
mancare i motivi di necessità in presenza di una maggioranza in grado di
garantire l’assoluta stabilità dell’esecutivo.
Sul testo i pareri sono stati non totalmente omogenei, ma c’è stata assoluta
unanimità sulla decisione di rifiutare la prospettiva della legislatura
‘costituente’, da esprimere con tutti gli strumenti che saranno disponibili.
In particolare è stata sottolineata la necessità di richiamare l’attenzione
della opinione pubblica sulle modifiche di fatto che possono essere
realizzate (come già avvenuto degli scorsi anni) con leggi non
costituzionali, prima fra tutte la legge elettorale che può introdurre il
presidenzialismo con la sola indicazione del nome del capo del governo sulla
scheda.
Anche su questo argomento verrà richiesta alla Associazione nazionale una
presa di posizione pubblica.
Per quanto riguarda le vere e proprie riforme costituzionali sono state
espresse posizioni che vanno dal rifiuto anche del superamento del
bicameralismo perfetto, al semplice auspicio che non si vada oltre quanto
già approvato in Commissione Affari Istituzionali.
Occorre prendere atto che la massiccia azione di disinformazione dei grandi
media (controllati di fatto da Berlusconi e dalle principali forze
politiche) ha ormai fatto passare nella opinione pubblica l’idea che la
riduzione del numero dei parlamentari e il superamento del bicameralismo
siano indispensabili per ridurre i costi della politica e migliorare
l’efficienza del sistema istituzionale. E’ stato anche deplorato che il
malcostume politico diffuso finisce con il danneggiare l’immagine stessa
della Costituzione, che si identifica con il nostro sistema istituzionale.

Le decisioni finali sono state le seguenti:

- il coordinamento aderisce alla prima Festa Nazionale dell’ANPI, che si
svolgerà il 20-21-22 giugno a Gattatico (RE)
- il coordinamento fa propria la proposta formulata dal Comitato di Firenze
di una iniziativa per ottenere l’insegnamento della Costituzione nelle
scuole come materia a sé; è stato approvato un comunicato (che allego) che
verrà inviato ai quotidiani e messo in rete; Firenze propone inoltre di
lanciare l’iniziativa in occasione della annuale marcia di Barbiana del 18
maggio;
- i comitati che non sono impegnati altrimenti sono invitati a partecipare
il 2 giugno alla manifestazione organizzata a Pietrasanta (informazioni
saranno fornite da Corrado Mauceri nei prossimi giorni) e il 20 maggio (ore
21) al dibattito organizzato dal comitato di Empoli
- è stata confermata l’assoluta contrarietà al referendum Gazzetta-Segni,
che peggiorerebbe ulteriormente la già sciagurata legge elettorale
‘Calderoli’
- il coordinamento suggerisce a tutti i comitati di organizzare incontri
pubblici con i parlamentari locali e i rappresentanti dei partiti
- entro pochi giorni invierò a tutti i comitati una bozza di
documento-comunicato da emettere per la festa del 2 giugno, invitando tutti
a esprimersi per poterlo sottoscrivere come coordinamento.
E’ stata sottolineata la necessità di individuare strumenti nuovi per
informare capillarmente i cittadini; si è ritenuto indispensabile accentuare
la già ottima collaborazione con la rete delle sezioni ANPI e degli Istituti
Storici della Resistenza, e garantire una nostra presenza frequente nei
circoli ARCI, che hanno garantito la loro agibilità, nel rispetto del
pluralismo che caratterizza quella associazione. Temiamo che meno agevole
sarà continuare la collaborazione con CGIL-CISL e UIL, che comunque
ricercheremo.
Si cercherà anche di utilizzare al meglio la rete web e la collaborazione
dei tanti siti ‘amici’, ai quali chiederemo di collaborare anche alla
raccolta di sottoscrizioni sui nostri documenti. Rimane naturalmente
centrale per tutti l’impegno nelle scuole, di cui ho già scritto.


Pubblicato dal solaria | 18:46 | commenti


 25/04/2008


Quando s'andiede sulle montagne s'eramo in pochi all'inizio a combattere; quando ci rastrellonno fu un macello.

di  Andrea Bagni (insegnante fiorentino)

Di nuovo il 25 aprile, quello della lotta di liberazione, rara memoria decente d'Italia. Per alcuni di noi adulti di oggi, di nuovo la tentazione di tornare in piazza, magari sotto la pioggia, come nel '94. E la sensazione però che non si può fare proprio uguale uguale; che le cose se si ripetono sono ripetizioni e rischiano di lasciarti dentro un di più di amarezza.

A parlare del 25 aprile sono venuti nella mia scuola due vecchi partigiani. Quando s'andiede sulle montagne s'eramo in pochi all'inizio a combattere; quando ci rastrellonno fu un macello. Parlano così dalle mie parti i vecchi. Come mio nonno e mio padre. Mentre raccontano si commuovono, ricordano i compagni perduti, prima il cognome poi il nome, perché sentono la sede ufficiale forse; cantano pezzi delle loro canzoni. Dicono sempre che sono felici di avere tanti giovani davanti: li abbracciano con gli occhi, come li accarezzassero, come vedessero tutto inseme il nuovo mondo. E non gli fosse proprio possibile smettere di avere speranza. Si capisce che sono anni che quello è il compito della loro vita: lasciare una memoria, trasmettere il testimone. Guardano indietro ormai, a quello che è stato il loro tempo, il senso della loro esistenza – che un senso l'ha avuto. Mi ricordano i miei genitori che mi hanno chiesto un mare di libri (loro che non leggevano mai) sui campi di sterminio, su Sant'Anna di Stazzema, sulla seconda guerra mondiale. A una certa età ci si volta indietro, avanti forse c'è poco da guardare.

Ma l'altro giorno a scuola sembrava tutto più amaro. All'indomani delle elezioni, certo, ma forse non solo per questo. Non per il passare del tempo ma per il passare del futuro. Non è che le ragazze e i ragazzi non ascoltassero, anzi. Chi racconta, racconta non spiega, è tutt'altro che un professore, il suo discorso è lontanissimo dai manuali di storia. E appassiona. Tanto che anche qualcuno dei giovani si commuove. Ma non ho chiaro dove la collocano quella storia nella loro mente, come la archiviano nella memoria. Partecipano intensamente ma ho paura che ascoltino come il bambino di Guccini di fronte al vecchio: mi piaccion le fiabe raccontane altre... Sanno ovviamente che è tutta storia vera, vissuta e autentica, ma temo appartenga per loro a un mondo mitico, pieno di fascino ma lontano – anzi a un altro tempo e a un altro spazio: quando le montagne erano verdi e ci si andiede per liberare l'Italia e s'aveva solo le rivoltelle neanche i fucili. Poi si leggono alcuni brani delle Lettere dei condannati a morte della Resistenza, e il salto del tempo - del futuro - è ancora più evidente. Straziante, quasi. Ragazzi di diciassette anni che scrivono alle mamme che muoiono felici perché lo fanno per un'idea, hanno combattuto per una causa giusta: il comunismo, la libertà, la fratellanza. Il futuro. La nostra Italia mamma vedrai sarà diversa; ricordami ai fratelli e alle sorelle e non siate tristi pensando a me, io muoio felice. Giustizia, fratellanza, comunismo: che cosa significheranno per i giovani d'oggi non è mica facile dire. Il materiale si è separato dall'immaginario. La propria vita, i problemi e le sofferenze, da un ordine simbolico che le poteva spiegare e collocare in un quadro di liberazione. Dal quale derivavano senso, relazioni e politica. Potevi portare tutta la tua storia e narrarla dentro un pensiero e una pratica collettiva. Crescere oggi, invece, mi pare un bel casino. Anni fa una ragazza a proposito di Berlusconi ha scritto, fa i suoi interessi al potere, è vero, ma pensiamoci: chi di noi potendo non farebbe altrettanto, chi non sfrutterebbe la possibilità. Una brava ragazza di diciott'anni. Normale. Ci penso quando riascolto ogni tanto le canzoni di lotta del De Martino di Ivan della Mea: un bel po' di elogio della violenza anche, l'idea che si è parte di un esercito in guerra, contro l'ingiustizia – ma quanta passione ed entusiasmo, quanta speranza nella vittoria. Anzi più che speranza, certezza incrollabile. Magari non mi ritrovo moltissimo, però penso che sono cresciuto con questa idea, che il futuro era nelle nostre mani. Che potevamo cambiare il mondo. Dalle ragazze e dai ragazzi di oggi, mi accorgo ogni tanto che arriva quasi un messaggio di nostalgia e di invidia. Anche del 68. In quegli anni, profe, facevate davvero un sacco di cose, eravate importanti, vi ascoltavano.

Da dove ripartire oggi? Tornare alla società, si dice. Fare inchiesta. Ma dopo aver ascoltato cosa possiamo dire agli operai della Lega – vi occupate solo di froci e zingari, perché dovremmo votarvi – che non sia solo predica dei nostri valori, che li faccia vivere come principi concretamente nella vita concreta? Forse tocca ripartire da questo “grado zero” della storia. Dal mutuo soccorso, orizzontale, capace di piccole liberazioni in spazi ravvicinati ma non di nicchia, su cui ricostruire rappresentanza e tutto il resto. In fondo le donne partigiane che hanno raccontato la “resistenza taciuta” hanno parlato di rapporti di gruppo intensi, di cura dei corpi e dei morti, cioè del tessuto simbolico che fa una comunità. Di relazioni nuove che dovevano prefigurare un'altra Italia: quella Patria libera e giusta scritta proprio con la maiuscola, per amore e immaginazione. Per la rappresentanza e una nuova storia, radicalmente democratica, penso ci vorrà tempo – e molta immaginazione. Proprio fantasia. Non avremo la certezza della vittoria nel sole dell'avvenire, ma forse può avere senso anche solo la ricerca di altro nel presente. Aperto, per quanto difficile. E intanto fare società potrebbe spostare qualcosa, ottenere risultati concreti nella vita d'intorno, dove imperversano rastrellamenti che delle montagne verdi fanno un deserto di solitudine in cui cresce di tutto.

Chiaro che i due partigiani saprebbero subito come rispondere. Infuria la bufera, scarpe rotte eppur bisogna andar. Per loro noi che le scarpe ce l'abbiamo, anche di lusso, non abbiamo scuse. Va a spiegarglielo che sono le nostre teste incasinate a non sapere bene dove andare.



Pubblicato dal solaria | 13:34 | commenti


 10/04/2008

Memorandum per il 15 aprile

 

Siamo ormai al termine della campagna elettorale. Di una brutta campagna elettorale, dalla quale gli elettori non hanno certo tratto una immagine della futura/vecchia classe dirigente del Paese in grado di tranquillizzarli.

La probabile (ma non certa, vista la inattendibilità dei sondaggi e il numero degli incerti) vittoria di Berlusconi non potrebbe che ripetere gli effetti drammatici del quinquennio 2001-2006 non solo sulla economia nazionale e sulla immagine internazionale del nostro Paese, ma soprattutto sul dilagare del malcostume e della criminalità; ma anche la bonaria indeterminazione programmatica del PD non consente che l’esercizio della speranza, mentre la resistenza delle nomenklature alla richiesta di rinnovamento proveniente dai ‘movimenti’ costituisce una occasione clamorosamente mancata da parte dei partiti della ‘sinistra’.

 Se l’inatteso proclama veltroniano di fedeltà alla Costituzione e ai simboli della Repubblica colma un vuoto oggettivo sui temi della democrazia reale e delle garanzie istituzionali (per prima l’indipendenza della Magistratura), le provocazioni verbali di Bossi e Lombardo e l’incredibile uscita di Berlusconi sulla salute mentale dei Pubblici Ministeri danno una idea precisa del livello di degenerazione dei dirigenti della coalizione ‘destra-malavita organizzata’. E anche di chi avrebbe veramente necessità di aiuto psichiatrico.

 Ognuno di noi in questi giorni è costretto a fare i conti con uno scenario che ancora una volta offre più la possibilità di ‘votare contro’ che di esercitare il diritto costituzionale di scegliere da chi farsi rappresentare in Parlamento.

 Comunque vada però sappiamo già che dopo il 15 aprile sarà necessario trovare le motivazioni interiori per riprendere l’impegno civile e cercare di impedire un ulteriore peggioramento del quadro istituzionale, e in particolare per affrontare due appuntamenti annunciati: il referendum Guzzetta-Segni sulla legge elettorale e le riforme costituzionali, ormai date da tutti per scontate.

 Nel primo caso l’ampio e trasversale schieramento che ha sostenuto il referendum impone a quanti ritengono che esso non rimuoverebbe gli aspetti peggiori del ‘porcellum’ (premio di maggioranza e liste bloccate), e anzi farebbe crescere ulteriormente i dubbi della sua coerenza con lo spirito della nostra Costituzione, di prepararsi a una campagna difficilissima di controinformazione capillare.

I media si sono in effetti quasi tutti schierati apertamente in favore del SI, come se qualunque tipo di medicina fosse migliore del male, e hanno di fatto fornito una informazione distorta e spesso faziosa. Ma se Guzzetta vincesse l’unico miglioramento (peraltro oggettivamente utile) sarebbe l’impedimento delle ‘candidature multiple’, mentre il meccanismo del premio di maggioranza al singolo partito ci riporterebbe alla legge Acerbo-Mussolini e renderebbe possibile un effetto clamorosamente distorcente della volontà degli elettori.

Inoltre è necessario chiarire che la tendenza alla riduzione del numero dei partiti (in sé legittima, se pensiamo alle vicende di Mastella e Dini) non può trasformarsi nel tentativo di ‘sterilizzare’ il dibattito politico impedendo di fatto l’esercizio del diritto di tutti i cittadini a partecipare alla vita politica del Paese sancito dall’art. 49 della Costituzione.

 Dunque la nostra Costituzione, repubblicana e antifascista, continua ad essere il riferimento ineludibile di qualunque riflessione sulla democrazia, che è il vero argomento da cui dipende il futuro delle prossime generazioni.

L’imminente disastro ambientale, la penuria energetica, il dramma della nuova crisi alimentare, l’incapacità di controllare il proliferare degli armamenti e della violenza possono portarci a un nuovo medioevo di dittature, fanatismo e guerre.

Potremo impedirlo solo rilanciando i principi della autodeterminazione e della partecipazione collettiva alle scelte politiche, promuovendo nuovi indicatori dello ‘sviluppo’ non esclusivamente finanziari come il PIL, confermando l’intangibilità dei diritti civili posti a fondamento della umana convivenza dalla Dichiarazione del 1948, rifiutando, o meglio ‘ripudiando’ la guerra e la violenza.

Tutto questo nella nostra Costituzione c’è, grazie alla lungimiranza di quanti l’hanno scritta, superando le diversità ideologiche e uniti dal rifiuto della follia nazi-fascista.

Nel giugno del 2006 una ampia maggioranza di italiani, che nessun partito attuale può pensare di rappresentare da solo, confermò la piena attualità della Carta del ’48 come fondamento della nostra società.

Possiamo capire, ma non tollerare che chi in essa non si è mai riconosciuto possa pensare di piegarla ai propri interessi di bottega.

 Il 13 e 14 aprile dobbiamo tentare di evitare il ritorno al governo della ‘corte dei miracoli’ berlusconiana, composta, oltre che dai suoi dipendenti, da chi definisce i mafiosi condannati per omicidio ‘eroi’ e da chi vuole garantirsi il posto in Parlamento a fucilate, ma comunque vada il giorno successivo sarà necessario fare nuovamente appello alla diffusa coscienza civile che ha vinto il referendum costituzionale, troppo spesso sottovalutata, affinché i principi di giustizia, equità e solidarietà su cui è fondata la nostra Repubblica siano difesi dalle tentazioni di ‘scorciatoie’ presidenzialiste e costituiscano il vero e unico programma di governo adeguato ai problemi del Paese. 

 


Pubblicato dal solaria | 13:12 | commenti


 12/01/2008
Di seguito un appello dovuto all'iniziativa di Massimo De Santi e preparato da Roberto Passini. Fra i primi firmatari spicca la costituente Teresa Mattei ed il prof. Michelangelo Bovero.
Chi desidera sottoscriverlo può inviare un messaggio di adesione a
info@firenzeperlacostituzione.it
 
APPELLO contro l'ennesima provocazione plebiscitario-presidenzialista

RIAFFERMIAMO LE RAGIONI DELLA DIFESA ATTIVA
DELLA NOSTRA COSTITUZIONE
NEL 60° DALLA SUA ENTRATA IN VIGORE
 
Il degrado politico e culturale che imperversa da tempo nel nostro Paese sta assumendo toni sempre più allarmanti. Le forze politiche dell'Unione, dopo aver assunto con il programma elettorale l'impegno di mettere in sicurezza la Costituzione modificando l'art.138, fanno a gara nel proporre modifiche col pericoloso pretesto della modernizzazione del sistema politico.
L'ultimo esempio è la recente intervista rilasciata dall'On.le Dario Franceschini al quotidiano la Repubblica in data 2 gennaio 2008. Il vicesegretario del Partito Democratico riprende ed esplicita quanto già da tempo annunciato dal suo segretario On.le Walter Veltroni: la necessità di un "salto culturale" nella politica e nella cultura costituzionale, da parte delle forze democratiche, finalizzato alla realizzazione, anche nel nostro paese, di un modello presidenziale o di premierato forte.

A nostro parere siamo di fronte a un vero e proprio "salto nel buio": una provocazione inaccettabile nel metodo e nel contenuto, nonchè gravemente insidiosa e pericolosa rispetto agli obiettivi di maggiore partecipazione democratica, sbandierati quale antidoto alla crisi della politica che, demagogicamente e assurdamente, con tale proposta si afferma di voler risolvere.
Questa opzione politica presidenzialista, plebiscitaria e populista deve essere fermamente respinta perché:

1
. viene inserita surrettiziamente, pochi mesi dopo il risultato elettorale dell'aprile 2006 all'interno di un legittimo e condivisibile disegno politico dell'Unione finalizzato alla riforma della legge elettorale. Manovra che disvela la vera posta in gioco perseguita da alcuni non marginali attori politici: il cambiamento con gradimento bipartisan della Costituzione, nonostante la formidabile conferma di popolo ottenuta dalla nostra Carta nel referendum costituzionale del 25-26 giugno 2006 con la vittoria del NO al progetto di modifica delle destre.

2. una tale verticistica opzione ci porterebbe fuori dal solco di una moderna democrazia costituzionale parlamentare, voluta con lungimiranza dai nostri Costituenti e come tale più adatta a dare compiuta rappresentanza alla pluralità delle posizioni politiche e sociali che caratterizzano la storia politica del nostro smemorato paese, proponendoci una soluzione istituzionale sbagliata, oggi oltretutto criticata proprio nei paesi, assunti a modello, in cui vige l'elezione diretta del presidente o del premier;

3. ci troviamo, purtroppo, di fronte all'ennesimo tentativo di sanzionare in un testo normativo la tendenziale trasformazione della democrazia parlamentare in una sorta di autocrazia elettiva.

Ciò premesso:
- riteniamo che questo disegno neoconservatore sovverta inequivocabilmente la qualità della nostra democrazia parlamentare, marginalizzi la sovranità popolare e come tale debba essere contrastato con fermezza;

- chiediamo pertanto a tutti i cittadini e alle cittadine, ai lavoratori, agli intellettuali, ai giovani, e a tutte quelle soggettività, individuali e collettive, politiche e sociali che con determinazione hanno operato nella non facile, lunga e per niente scontata campagna referendaria del 2005-2006, conclusasi con la splendida vittoria del NO allo stravolgimento della Costituzione voluto da Berlusconi-Bossi e Fini, di riappropriarsi della loro sovranità e dire ancora una volta un secco NO, preventivamente e ad alta voce, al paventato pastrocchio presidenzialista-premierista che con probabilissimo accordo trasversale targato "P.D. Forza Italia e A.N." alcuni leader politici intendono somministraci senza aver ricevuto al riguardo alcun mandato elettorale.

Per questo, oltre ad opporci a tale sconsiderato disegno politico, riteniamo necessario e urgente riprendere nel paese, nei luoghi di lavoro e nelle scuole, la mai conclusa battaglia, civile e politica, per la difesa e la piena attuazione della nostra Costituzione repubblicana e antifascista.
 
Se sapremo vincere anche quest'ultima battaglia potremo forse dire con le parole di Calamandrei che "La Resistenza ha resistito" e che la lotta di liberazione dal nazifascismo vive ancora nelle nostre
coscienze.

Primi firmatari:
Teresa Mattei
Antonia Baraldi Sani
Michelangelo Bovero
Massimo De Santi
Corrado Mauceri
Giovanna Pagani
Roberto Passini
Paolo Solimeno

Pubblicato dal solaria | 20:15 | commenti


 04/01/2008
Gianni Riotta e il TG1 censurano la Costituzione

Il giorno 1° gennaio 2008, nel corso del TG1 delle ore 20, il direttore Gianni Riotta ha voluto «commemorare» il 60° anniversario dell'entrata in vigore della Costituzione repubblicana facendo leggere ad un attore alcuni articoli della Costituzione, mutilati di alcune parti fondamentali.

A tacer d'altro, particolarmente scandalosa la mutilazione a cui è stato sottoposto l'art. 3, di cui è stato riportato soltanto il primo comma, che enuncia l’eguaglianza formale di tutti i cittadini, mentre è stato amputato del suo secondo comma, che prescrive l’eguaglianza sostanziale. Esso così recita: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Ancora più grave la manomissione dell’art. 41, di cui  è stato letto soltanto il primo comma (“L’iniziativa economica privata è libera”)  e cancellato il secondo comma (“Non può svolgersi in contrasto  con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”) e il terzo (“La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata ai fini sociali”).
Grande è l’amarezza per quest’ultima mutilazione della Costituzione, soprattutto dopo l’assassinio dei sette operai torinesi ad opera dell’iniziativa economica privata.

Non è possibile supporre che questa operazione sia avvenuta casualmente e senza una precisa volontà politica, tesa a disinformare  e a  distorcere il senso e lo spirito della Carta in una congiuntura nella quale da più parti si vanno preparando gravi riforme della Costituzione, che contravvengono al segnale di appena un anno e mezzo fa, quando la netta vittoria referendaria aveva espresso la volontà della grande maggioranza del paese di restare fedeli alla Carta del 1948.
Il fatto è tanto più grave perché la trasmissione non è stata effettuata da una televisione privata e di parte, ma da quella che dovrebbe fornire un servizio pubblico.

Eleviamo, come cittadini, la nostra più ferma protesta contro questo inaudito abuso del mezzo televisivo e chiediamo (lo pretendiamo!) al direttore Riotta di replicare, all’interno del Tg1 delle ore 20, la lettura degli articoli della Costituzione restituiti alla loro interezza.

Primi firmatari

Aldo Serafini
Salvatore Tassinari
Corrado Maceri
Monica Biondi

Pubblicato dal solaria | 10:50 | commenti (1)


 15/11/2007
E' convocata per

Mercoledì 21 Novembre
ore 21:00
presso il Circolo Arci di Bonelle, Pistoia.

un'assemblea del Comitato Pistoiese per la difesa della Costituzione.
L'ordine del giorno è il seguente:

1) Stato dell'Associazione Nazionale e eventuali adempimenti da parte dei comitati locali

2) Stato dell'organizzazione a Pistoia

3) Messa in sicurezza della costituzione: iniziative compresa la campagna di raccolta firme per la modifica dell'art 138

4) organizzazione di un dibattito-conferenza sul tema: "Riforma elettorale e Costituzione"

Siete tutti invitati.

Pubblicato dal solaria | 16:45 | commenti





[Dobbiamo] impedire ad una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la nostra Costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo, e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentative di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di stato.

Giuseppe Dossetti, lettera al sindaco di Bologna, 1994

Quello che accade, accade non tanto perché una minoranza vuole che accada, quanto piuttosto perché la gran parte dei cittadini ha rinunciato alle sue responsabilità e ha lasciato che le cose accadessero

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